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San Carlo e la Croce con il Santo Chiodo

San Carlo e la Croce con il Santo Chiodo

Il Borromeo portò la preziosa reliquia in processione nel 1576 per invocare la fine della peste.
di Luca Frigerio
 
A_F_carlo_fiammenghino.jpgUna delle immagini di San Carlo che più si è impressa nella memoria dei fedeli ambrosiani, tramandata da svariate opere d’arte, è quella del Vescovo che devotamente porta in processione per le strade della città colpita dalla peste la Croce con il Santo Chiodo, per invocare la fine del flagello e la salvezza del popolo a lui affidato. E nelle scorse settimane di Quaresima, quella Croce che fu tra le mani del Borromeo è tornata a percorrere le zone pastorali della nostra Diocesi, in occasione delle partecipate Viae Crucis presiedute dall’Arcivescovo, il Cardinale Dionigi Tettamanzi.
Il Santo Chiodo, infatti, è una delle reliquie più importanti e venerate in terra ambrosiana. Si tratta di uno dei ferri della Croce del Redentore, che la tradizione vuole usato dall’imperatore Costantino come morso di cavallo e in seguito donato da Teodosio a Sant’Ambrogio. Custodito nel Duomo di Milano e conservato in un tabernacolo a oltre 40 metri d’altezza, nella volta in alto che conclude il coro, il Santo Chiodo è oggetto di un’antichissima e singolare liturgia nel sabato che precede la ricorrenza dell’Esaltazione della Croce, allorché viene prelevato dall’Arcivescovo mediante una navicella del XVII secolo (conosciuta col nome di nivola), per essere poi esposto alla devozione dei fedeli.
Quando nell’agosto del 1576 le autorità proclamarono in modo ufficiale che il contagio della peste era penetrato a Milano, San Carlo si trovava fuori città, in una delle sue numerose visite pastorali. Prontamente, allora, l’Arcivescovo rientrò in città per organizzare l’assistenza spirituale e materiale, mentre le autorità civili si allontanavano abbandonando un popolo impaurito e stremato. Spogliatosi di tutto ciò che gli era rimasto, il Borromeo usò persino gli arredi e i tendaggi dell’arcivescovado per aiutare i bisognosi.
Ma mentre soccorreva i malati, San Carlo non tralasciava di pregare e di far pregare, promuovendo funzioni penitenziali, celebrazioni di Messe all’aperto (perché anche coloro che non potevano uscire dalle loro case potessero assistervi), processioni pubbliche. Frate Giacomo da Milano, uno dei cappuccini che organizzò su impulso del Vescovo l’assistenza agli appestati, scrisse che a queste processioni «eravi tutto il clero regolare e secolare, scalzo e con le corde al collo». Così faceva anche «il buon Cardinale», portando egli in più un «pesantissimo Crucifisso» e terminando, dal pulpito della cattedrale, con «una così divina predica che faceva crepare di pianto gli audienti».
Di queste processioni a Milano ne furono previste inizialmente tre, che partendo dal Duomo raggiunsero rispettivamente la basilica di Sant’Ambrogio, quella di San Lorenzo e il santuario di Santa Maria presso San Celso.
La terza fu la più solenne e drammatica, anche perché il Borromeo volle portare in quell’occasione proprio la Croce con il Santo Chiodo e tutte le reliquie conservate a Milano. L’Arcivescovo precedeva il popolo, come dice il Giussani, suo biografo contemporaneo «con li piedi ignudi e con un aspetto tanto mesto e doloroso che moveva a gran pietà e pianto ognuno che lo mirava, imperocché s’era vestito della cappa pontificia paonazza e tirato il cappuccio sugli occhi». Come infatti lo ritrae con efficace espressività il Quadrone del Duomo, opera del Fiammenghino, che qui riproduciamo.
Le processioni con il Santo Chiodo proseguirono poi anche nei giorni seguenti per volontà dello stesso San Carlo. Che a distanza di alcuni anni, in una sua lettera pastorale, esortava i milanesi a ricordare come proprio «con quella santa reliquia, implorando la misericordia di Dio, fummo così mirabilmente e quasi all’improvviso liberati dalla pestilenza».

 

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